Vita decrescente, felicità crescente: i primi timidi passi (seconda puntata)

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Pensavo a questa seconda puntata da tempo…e cercavo di sintetizzare il succo del discorso in due parole chiave che sono state il mio motore e anche un po’ la mia fissazione degli ultimi tre anni.

Poi, riapro “La Decrescita Felice” per rileggere qualche passaggio e guarda caso il secondo capitolo recita proprio così: sobrietà e autoproduzione. Ed è da qui che volevo ripartire.

sobriety

Visto che ne parla molto bene il libro riporto alcune citazioni: “Fare scelte esistenziali nell’ottica della decrescita significa quindi ridurre la quantità delle merci nella propria vita. A tal fine si possono percorrere due strade: 1. ridurre l’uso di merci che comportano utilità decrescenti e disutilità crescenti, che generano un forte impatto ambientale, che causano ingiustizie sociali; 2. sostituire nella maggiore quantità possibile le merci con beni. La prima è la strada della sobrietà. La seconda è la strada dell’autoproduzione e degli scambi non mercantili, basati sul dono e la reciprocità. La sobrietà non è soltato una virtù di cui il sistema economico e produttivo basato sulla crescita del PIL ha voluto cancellare accuratamente ogni traccia perchè non se ne serbasse nemmeno la memoria nel giro di una generazione, ma è, soprattutto una manifestazione di intelligenza e di autonomia di pensiero. […] La sobrietà comporta una riduzione della crescita del PIL attraverso una riduzione del consumo i merci, ma non consente una emancipazione della dipendenza assoluta nei loro confronti. E la sempre maggiore dipendenza dalle merci è la conseguenza di una semplice maggiore incapacità di autoprodurre beni. Per aver bisogno di comprare tutto ciò che serve a soddisfare i propri bisogni vitali bisogna essere incapaci in tutto. Solo chi non sa fare niente di ciò che gli serve può diventare un consumista senza alternative. […] La rivalutazione dell’autoproduzione di beni non solo consente di ridurre il consumo di merci e, di conseguenza, il PIL, ma anche di riscoprire un sapere e un saper fare dimenticati, considerati arretrati e poco scientifici perchè non finalizzati ad accrescere le quantità. […] Maggiore è la quantità di beni che si sanno autoprodurre, minore è la quantità di merci che occorre comprare, meno denaro occorre per vivere.”

Proprio qualche riga, ma che sintetizza un mondo.

Ma per tornare all’esperienza della mia famiglia si è tradotto così: primo passo, come recita il manifesto della Decrescita, è stato autoprodursi lo yogurt o qualche altro bene primario. Ma di questo ne parliamo in un’altra puntata. C’è un’altra questione che ci siamo posti: e la quantità smisurata di rifiuti che produciamo? A questa domanda ci siamo dati diverse risposte, anche perchè non si può comunque essere completamente indipendenti dalle merci. Io non so cucire un vestito, fabbricare delle scarpe, e nemmeno sferruzzare per farmi un maglione ( tutte cose che però ho provato a fare, ma mi servirebbero altre tre vite per imparare), e così per molti altri prodotti. Ecco allora le risposte che ci siamo dati: prima di tutto prendere ciò che davvero serve, esercitare l’arte dello scambio e del riuso, dare una seconda (e terza) vita alle cose, in secondo luogo cercare di acquistare prodotti che non abbiano un packaging, detti “alla spina”.

Tutte cose che affronterò una alla volta nelle prossime puntate.

Sonia


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